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Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

Una riflessione strutturale sul silenzio, sul tempo e sulla coesione aziendale nelle controversie

La spirale del silenzio.

Nelle società contemporanee, la pressione sociale e mediatica spinge gli individui a esprimere opinioni: il rischio di apparire indecisi, o di essere esclusi, è percepito come elevato.

La spirale del silenzio, teoria della sociologa Elisabeth Noelle-Neumann, sostiene che le persone evitano di esprimere opinioni che percepiscono come minoritarie per paura dell'isolamento sociale. Al contrario, quando credono di essere in maggioranza, si esprimono più facilmente. Questo crea un effetto cumulativo: le opinioni visibili si rafforzano, mentre quelle silenziose sembrano sparire.

Il timore dell'isolamento influenza fortemente la disponibilità a parlare. Il silenzio, pur avendo benefici cognitivi reali, viene vissuto come uno spazio psicologicamente scomodo, o socialmente ambiguo. E in un contenzioso, questa pressione a riempire il vuoto con le parole può essere devastante.

Il silenzio non è mai neutro.

All'inizio di un contenzioso, così come all'inizio di una relazione, e il contenzioso lo è, in fondo, è indispensabile governare il tempo. Il tempo non è una variabile neutra: conserva opzioni oppure le distrugge.

Più avanti, quando si saranno per forza spese tante parole, ci saranno altre considerazioni da fare. Ma per il momento è bene cristallizzare un concetto: quando usciamo dal silenzio per rispondere, possiamo farlo come reazione oppure come controllo. Nel contenzioso B2B una risposta affrettata può irrigidire inutilmente il conflitto, ampliare responsabilità che potevano restare circoscritte, precludere margini negoziali.

Il silenzio non è mai neutro.

Una volta espresso ciò che deve essere detto — a pena di decadenza, o per evitare conseguenze strettamente giuridiche — il silenzio può essere un errore, ma può anche essere una scelta strategica.

Ad esempio:

-        un silenzio governato, in cui si usa il tempo per ridurre l'asimmetria informativa, ricostruire i fatti, raccogliere documenti, allineare le versioni interne, decidere quale obiettivo perseguire. Apre opzioni. Internamente, fa dialogare le funzioni e facilita quella coesione che è il presupposto di un'azione, non di una semplice reazione;

-        un silenzio frammentato, in cui ciascuno, informalmente, lascia filtrare verso la controparte valutazioni personali non ufficiali — "niente di ufficiale, ma se dipendesse da me…" — trattando la contestazione come un problema di qualcun altro. Una modalità che, nell'epoca della tracciabilità pervasiva, è quanto di più vantaggioso si possa offrire all'avversario.

Il primo dei due — il tempo speso per far dialogare chi conosce il cliente, chi ha gestito l'operatività, chi governa l'equilibrio economico e chi presidia il rischio legale — crea una coesione che nei casi futuri, opportunamente presidiata dalle policies, diventa disciplina del rischio.

 “Di ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”

Lo afferma Wittgenstein, non come invito alla rinuncia, ma come criterio di rigore.

Nella fase iniziale di un conflitto sono necessarie azioni preliminari che sono, in un certo senso, incompatibili con una buona comunicazione verso l'esterno — proprio perché hanno a che fare con l'oggetto della comunicazione stessa.

Anzitutto occorre ricostruire i fatti e raccogliere i documenti: colmare ciò che ancora manca sul piano della realtà verificabile, per capire se la ricostruzione prospettata nella contestazione sia attendibile, oppure inquadrabile dentro un orizzonte più vasto e meno sfavorevole, oppure abbia la sua genesi in una legittima reazione a un comportamento di chi ora avanza pretese illegittime.

Ma anche quando i fatti cominciano a emergere, non si può ancora parlare. Resta da compiere l'allineamento delle versioni interne: attività diversa dalla prima, che non riguarda l'accertamento del dato bensì la composizione dei punti di vista, delle letture, delle priorità delle diverse funzioni coinvolte — quelle che possono spiegare la catena cronologica degli eventi, o aiutare a comprendere l'eziologia delle questioni contestate.

E neppure questo basta. Prima di esporsi all'esterno bisogna decidere quale obiettivo perseguire, perché senza uno scopo condiviso anche la parola più esatta rischia di essere inutile o controproducente. Giuridicamente parlando, ad esempio, in un contesto in cui sia astrattamente possibile risolvere o eseguire il contratto, bisogna decidere quale strada prendere.

In questo senso, il silenzio non è vuoto né inerzia, ma il tempo necessario perché i fatti si chiariscano, le interpretazioni si ordinino e la volontà si determini. Finché questo lavoro non è compiuto, parlare significherebbe esporre all'esterno un'organizzazione che non ha ancora finito di comprendere sé stessa.

Quando bisogna sempre rispondere (e quando no).

A volte si deve parlare, anche prima di sapere tutto.

Quando arriva una messa in mora, siamo di fronte a un cambio di regime comunicativo: ignorarla senza strategia è pericoloso, perché può produrre effetti giuridici ulteriori rispetto al contratto. Risponderle male lo è ancora di più.

In questi casi occorre assumere decisioni quando il percorso di ricostruzione non è ancora compiuto: i fatti possono essere solo parzialmente chiariti, le versioni interne non ancora del tutto allineate, l'obiettivo non ancora perfettamente definito. Proprio per questo la misura è tutto: nel tempo, perché bisogna capire quanto si possa attendere senza esporsi a conseguenze ulteriori; nelle parole, perché ogni formulazione prematura può restringere il campo delle scelte future; nella posizione che si assume, perché in questa fase non serve esibire una verità definitiva, ma presidiare con prudenza la propria posizione giuridica mentre si completa il lavoro interno.

Lo stesso vale, in forme diverse, per una diffida ad adempiere, per la contestazione formale di un inadempimento, per la denuncia di vizi o difetti, o per ogni comunicazione che — per contenuto o per scansione dei termini — sia idonea a incidere sulla posizione delle parti. Non si tratta di "dire tutto", ma di dire solo il minimo indispensabile: quanto basta per non lasciare senza presidio la propria posizione, per non aggravare la situazione giuridica e per mantenere aperte le opzioni successive, negoziali o contenziose.

Proprio per questo la risposta non può essere affidata all'improvvisazione operativa o alla sola urgenza relazionale. Deve essere guidata dalla comprensione del contesto giuridico in cui quella comunicazione si inserisce. È la funzione legale che deve sapere che cosa viene richiesto, quali effetti immediati e futuri può produrre una presa di posizione, quali ammissioni convenga evitare, quali riserve formulare e quale grado di precisione sia opportuno adottare in quel momento. Anche quando si deve parlare, la regola resta quella della misura.

Il nucleo da non perdere.

Una risposta misurata, come un silenzio governato, serve a questo: conservare opzioni. Una risposta impulsiva tende quasi sempre a bruciarle.

Perciò rispondere subito non è necessariamente la scelta migliore, ma tacere senza strategia lo è ancora meno. Il punto non è scegliere tra parola e silenzio: è governare il tempo in modo da arrivare alla decisione successiva con il maggior numero possibile di strade ancora aperte.

In questo si vede il valore di una funzione legale che lavori in continuità: non perché elimini il conflitto, ma perché consente di decidere come attraversarlo.